Duomo di Orvieto - Guida e Visita online
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"Il Duomo di Orvieto descritto et ilustrato" di
Di Lodovico Luzi, pubblicato 1866
Storia del Duomo di Orvieto
Secondo la tradizione cristiana il Duomo di Orvieto fu costruito su ordine del Papa Urbano IV per conservare il corporale di Pietro da Praga, prete di origine boema. Il sacerdote era di ritorno da un pellegrinaggio da Roma, dove si era recato per ritrovare la fede perduta, sulla strada del ritorno, a Bolsena, durante la celebrazione della messa vide stillare sangue dall’Ostia. Nel 1290 il Papa Nicolò IV pose la prima pietra del duomo, in corrispondenza della IV colonna su cui è scolpito l’inferno.
I lavori per la costruzione del duomo durarono all’incirca tre secoli. Il primo architetto fu probabilmente Arnolfo di Cambio: a lui, infatti, è stato attribuito il progetto della facciata monocuspidale che si conserva nel Museo dell’Opera del Duomo. Sembra però che il primo costruttore sia stato Fra Bevignate da Perugia il quale realizzò le tre navate.
I lavori furono proseguiti da un costruttore locale, un certo Giovanni Uguccione, che nella crociera e nell’Abside riprese lo stile Gotico. La stabilità delle strutture principali del Duomo, tuttavia, risultò subito precaria per cui fu necessario chiedere l’aiuto di un esperto.
Fu interpellato l’architetto e scultore Lorenzo Maitani il quale rinforzò l’edificio con archi rampanti. Maitani morì in Orvieto nel Giugno del 1330.
Il rifornimento di materiali in un cantiere di dimensioni così grandi come quello del duomo di Orvieto in una città posta ad oltre 300 m sul livello del mare e isolata su tutti i lati, comportava notevoli problemi.
La città offre esclusivamente tufo, mentre per la costruzione del duomo serve ben altro e i documenti più antichi, datati 1288, due anni prima della posa ufficiale della prima pietra, ricordano pagamenti per il carriaggio di pietra proveniente da luoghi al di fuori della città.
In genere si ricorreva alle risorse del contado, ma anche al di fuori di esso e i reperimenti sicuramente non erano meno difficili, dati i continui rivolgimenti politici. Orvieto disponeva nel proprio contado di cave di marmi colorati, calcari rossi di Prodo, Castellana, Sosselvole. Il “serpentino” veniva estratto da Montespecchio; cave di marmi bianchi si trovavano a Montepiso, sulla montagna che divideva i territori di Orvieto da quelli di Siena.
Da Parrano e dal territorio della Abbadia di S. Antimo si estraeva l’alabastro utilizzato per le finestre e per alcune statue della facciata anche il travertino e il basalto venivano estratti da territori vicini. Dal territorio di Castelpeccio si estraeva la terra adatta alla lavorazione del vetro che veniva cotto in vasi di terra gialla proveniente da Arezzo; la fornaci invece si trovavano a Monteleone e a Piegaro. Vetro già lavorato era acquistato a Firenze e a Venezia. I boschi vicini fornivano legno di castagno, di quercia, di abete mentre dalle ferriere di Castel del Piano veniva il ferro.
Per molto tempo i due più importanti punti di raccolta del marmo resteranno le cave di Carrara e le rovine di Roma.
L’organizzazione dei trasporti appare uno dei più grossi problemi del cantiere orvietano. In generale si può dire che Orvieto evita per quanto sia possibile il trasporto via terra almeno per le grosse partite di materiale e per i carichi pesanti utilizzando le vie fluviali o i tragitti marini.
Dalla documentazione censita sul cantiere appare che l’opera retribuiva con un salario a giornata dei lavoranti che prestavano la loro opera con animali di loro proprietà e contemporaneamente retribuiva dei vetturali. In particolare erano utilizzati vetturali di Viterbo e Bagnoregio che con i loro bufali trasportavano il marmo sbarcato nei vari porti sul Tevere o proveniente dalle cave.
La costruzione del duomo vide avvicendarsi numerosi lavoranti suddivisi ed organizzati secondo la professione e il grado. Naturalmente le categorie con il maggiore numero di addetti sono quelle legate al mondo dell’edilizia: muratori, manovali, lavoranti generici senza indicazione professionale; lapicidi, forse scalpellini, e spaccapietre lavoravano a cottimo.
La presenza femminile è ben documentata: 66 donne lavorarono tra il 1347 e il 1348 ma, dopo la parentesi della peste nera nessuna donna è più presente nel cantiere; probabilmente trasportano terra e pietra con un salario giornaliero pari alla metà di quello corrisposto al lavoratore, uomo peggio pagato. La scarsa considerazione in cui sono tenute è indicata anche dal lasciarle anonime. Soltanto di dieci delle 66 ricordate si conosce il nome, per tutte le altre compare la dizione generica di “mulieres”.
